Alluce valgo – chiurgia del passato

Alluce valgo

LA CHIRURGIA DEL PASSATO

Moltissime sono state le tecniche sperimentate per la correzione dell’alluce valgo.

Si e’ partiti dalla semplice asportazione della protuberanza ossea (intervento di Silver), fino ai tentativi di correzione che intervenivano solo sui tessuti molli. Vista l’inefficacia di tali semplici gesti chirurgici, che portavano inevitabilmente alla recidiva della deformità in quanto non tenevano conto dell’errato orientamento articolare, si passo’ a tecniche più demolitive che intervenivano direttamente sull’articolazione.
Di queste la più usata e’stata senza dubbio l’asportazione della base della falange prossimale (intervento di Keller), che accorciando il primo raggio ne permette il riallineamento.

Tale metodica, insieme ad altre simili, comporta pero’ la marcata riduzione della funzionalità del primo raggio, legata alla resezione della componente articolare della falange, che viene a trovarsi cosi’ a diretto contatto con la cartilagine della testa metatarsale provocandone l’inevitabile degenerazione in senso artrosico, con comparsa di dolore e rigidita’. Tali metodiche, ancora oggi limitatamente in uso, a causa dei loro risultati parziali, hanno determinato, insieme alla cattiva esecuzione delle tecniche chirurgiche di nuova generazione, il diffondersi di una diffusa sfiducia da parte dei pazienti nei confronti della correzione chirurgica dell’alluce valgo , per l’alta incidenza di recidive della deformità, per il dolore post-operatorio e per la compromissione della funzionalità articolare.
LA CHIRURGIA ATTUALE

Si caratterizza rispetto alle tecniche demolitive del passato per il suo aspetto assolutamente conservativo.

Comprende diverse metodiche che hanno come obiettivo il riallineamento del primo raggio mediante la traslazione della testa del primo metatarso, vero cardine di tale deformità, verso il secondo, nel completo rispetto dell’articolazione.

Questo viene ottenuto mediante piccole osteotomie, ovvero sezioni di precisione, effettuate direttamente sull’osso, in modo da ottenere una correzione geometrica dell’angolo di valgismo.

Si distingue quindi dalle tecniche precedenti, Keller, Regnaud etc.) per l’assoluto rispetto dell’articolazione, che viene riallineata e riorientata, ma senza demolire le sue componenti, in modo da mantenere la funzionalità ed evitare la degenerazione artrosica tipica della chirurgia del passato.
Una tecnica che utilizziamo frequentemente a questo scopo, e’ l’osteotomia “chevron“, molto diffusa negli Stati Uniti dove e’ stata ideata da Austin, ovvero un’incisione a coda di rondine della testa del primo metatarso, che ne permette la traslazione stabile verso il secondo.

Il vantaggio di tale tecnica rispetto alle altre osteotomie usate, come ad esempio la “scarf”, anch’essa molto utilizzata in Italia e in Francia, e’ quello di non essere invasiva, di poter essere effettuata con una minima incisione cutanea e capsulare e soprattutto di essere stabile grazie alla sua configurazione ad incastro, permettendo una consolidazione rapida e la concessione immediata dell’appoggio del piede.

L’osteotomia chevron può essere completata nelle deformità più severe, come nel caso a fianco, con l’asportazione di un piccolo cuneo osseo della falange, (osteotomia di Akin), o di un’ulteriore osteotomia alla base del metatarso.
Per stabilizzare momentaneamente l’osteotomia si possono usare diversi mezzi di sintesi, di solito microviti.

Dr. Giorgio Cassiani - Chirurgo Ortopedico